Una certa soggezione doveva procurargliela di sicuro quell’affresco che nel 1597 aveva commissionato a Caravaggio, il quale aveva pensato bene di autoritrarsi ben tre volte nelle sembianze degli dei supremi del cosmo: Plutone, dio del mondo sotterraneo, Nettuno, dio delle acque, Giove, dio di tutto ciò che sta sopra la terra. L’artista, alle prese con l’unico dipinto murale che abbia mai realizzato (non a fresco, ma ad olio!), “sentendosi biasimare di non intendere né piani, né prospettiva, tanto si ajutò collocando i corpi in veduta da sotto in su, che volle contrastare gli scorti più difficili” (Bellori, 1672). Egli affronta l’incarico di nuovo come una sfida, nella quale deve dimostrare di saper padroneggiare lo scorcio più ardito, parente stretto dei giganti dipinti da Giulio Romano a Palazzo Te di Mantova. Tanto sono ridotte le dimensioni di questo camerino, ancora oggi punto di passaggio tra due stanze, che l’effetto vertigini è assicurato. Nettuno è rappresentato mentre abbraccia un cavallo marino dalle zampe palmate, Giove cavalca un’aquila e Plutone, il più vigoroso, sta in piedi sulle nuvole, protetto da un cerbero non particolarmente rabbioso. Proprio perché mansueto, qualcuno ha voluto riconoscere nel cane il ritratto di Cornacchia, il barbone nero a cui Caravaggio aveva insegnato celebri evoluzioni acrobatiche. Nel ritratto del dio dell’aldilà Caravaggio si è impegnato in modo particolare: di lui si vedono soprattutto i genitali che deve aver dipinto imitando i propri, grazie all’aiuto di uno specchio poggiato collocato sul ponteggio. Ancora una volta, una prova dello straordinario realismo del Merisi. Provare per credere… Tra ironia e irriverenza, il pittore avrebbe dato il suo volto alle tre divinità, metafore dei tre elementi (terra, acqua e fuoco), che il Cardinale trasformava nel suo laboratorio, grazie alle pozioni contenute negli alambicchi sistemati nelle nicchie ancora visibili alle pareti. Nel 1597, il barbiere Pietropaulo rilascia agli sbirri un ritratto di Caravaggio inconfondibile: «Questo pittore è un giovenaccio grande di vinti o vinticinque anni con poco di barba negra grassotto con ciglia grosse et occhio negro, che va vestito di negro non tropo bene in ordine, che portava un paio di calzette negre un poco stracciate che porta li capelli grandi longhi dinnanzi». Un identikit che non lascia dubbi. Capace di collegare in modo inimitabile le immagini più scurrili e quelle più raffinate, il Merisi ha collocato tra le tre divinità una splendida sfera celeste dentro la quale si vedono quattro segni zodiacali e due globi luminosi. Un omaggio a Galileo Galilei con cui il Cardinal del Monte era in contatto e, allo stesso tempo, un dispetto al potere del Papa, che non vedeva di buon occhio le ricerche dell’astronomo. La recente scoperta di quest’opera ha oscurato la fama di un altro dipinto straordinario, conservato nel salone principale del Casino. Si tratta dell’affresco dell’Aurora, che il Guercino dipinse nel 1621 appena giunto a Roma per il cardinal Ludovico Ludovisi, che nel frattempo era venuto in possesso della villa. Assieme alla Fama, che si trova nella stanza accanto al gabinetto alchemico, l’Aurora è uno dei capolavori del pittore emiliano, che di sicuro dovette subire il fascino dello scorcio inventato pochi anni prima da Caravaggio nella saletta al piano superiore. Una vertiginosa architettura, dipinta dall’esperto Agostino Tassi, serve a proiettare lo sguardo in uno spazio che sembra molto più alto della realtà, dove passa il carro che scaccia la notte. Come la luce inonda la terra e segna l’inizio del giorno, così il pontificato di Gregorio XV avrebbe portato nuova prosperità ai Ludovisi. Un augurio che torna nell’affresco della Fama al piano superiore, dove la Gloria è accompagnata dall’Onore, dalla Virtù e dall’Amor Virtutis.
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